Sii gentile con te stesso, e metticela tutta.

Ieri sera, ogni tanto me lo concedo, ho scritto su Facebook un pensiero personale che riguarda la mia vita privata.
Il pensiero era questo:

Ogni sera si spegne la luce del comodino e si accendono le preoccupazioni per un momento di vita difficile, che si intreccia con un momento di genitorialità difficile, e con le tante cose difficili perché interconnesse. Mi vengono in mente gli errori commessi, le leggerezze che non so avere, le negatività che non so contenere. Poi mi ricordo che una vita non si giudica da un giorno, e nemmeno da un pugno di anni, ma è nel lungo periodo che si capiscono le cose; e quando questo periodo diventa lungo, anche i piccoli particolari dei giorni un po’ stanchi cambiano dimensione.
Allora mi ricordo di essere gentile con me stessa, e di credere che ce la sto mettendo tutta.
Mi ancoro ai pilastri della vita e provo a pensare al concetto di “sufficientemente buono”. Allora torna il fiato, e il sonno diventa un po’ più facile da accogliere.

Le cose non succedono mai per caso, ed anche il fatto di aver fortemente desiderato di scrivere questo pensiero credo che abbia un senso.

Divagazione:
forse da qualche parte c’è ancora qualcuno che pensa che un terapeuta abbia una vita migliore degli altri, o che possa guarire la sua vita solo in virtù degli studi che ha fatto. Me lo chiedono, me lo dicono. Rispondo sempre che in parte è vero, in parte no, e come sempre dipende dalla persona di cui stiamo parlando.
Ci sono bravi terapeuti, ci sono pessimi terapeuti, ci sono terapeuti dalla vita equilibrata e terapeuti no.

Costantemente ho la sensazione che vita e lavoro, per un terapeuta, siano indissolubili, e questo mi fa spesso pensare che è come per l’essere genitore: per creare insegnamenti di valore devi essere un esempio valido.

Questo mi veniva in mente tra ieri sera e stamattina, quando ripensavo ad un momento in cui mi interrogavo (esattamente come tutti gli altri) su come risolvere alcune situazioni che mi sembrano difficili.
La vita di tutti noi include difficoltà, ma a fare la differenza è l’atteggiamento che noi abbiamo verso queste difficoltà.

Sono una gestaltista, uno dei capisaldi del mio metodo di lavoro è l’accettazione incondizionata del paziente, che si traduce in una fiducia nel fatto che ciascuno di noi cerca di andare sempre nella direzione migliore per se stesso in quel preciso momento (a volte poi non è quella la soluzione che ci fa stare bene, ma questo merita un discorso a parte). Tutti procediamo, per tentativi, verso la spinta vitale alla realizzazione.

Ecco come sono arrivata al fatto che è desiderabile una relazione terapeutica in cui riusciamo a trasmettere all’altro la nostra fiducia, il messaggio che ce la farà, ma è difficile che questo messaggio sia autentico se non comincia da noi stessi.
Tutto comincia da noi stessi.

Tanti di noi si affaticano ad essere molto critici verso se stessi, una critica mascherata dai più alti valori, come l’impegno, la precisione, lo sforzo, grandi progetti per il futuro, e così via.
La sfida più potente e umana per ciascuno di noi, oggi, indipendente dal lavoro che facciamo, è essere gentili con noi stessi.
La gentilezza non è superficialità o lassismo, essere di manica larga e concedersi il disimpegno.
La gentilezza è il messaggio “io sto dalla tua parte”; “vedo che ce la stai mettendo tutta”; “non sarà facile ma avrai dato il meglio di te”.

Guardare le cose da una prospettiva più ampia solitamente aiuta ad avere più fiducia, meno preoccupazioni, ed un atteggiamento vincente verso la riuscita. Come terapeuta, come genitore, come persona, vorrei fare di questo il mio manifesto, e non ho altro modo di farlo che non cominciare da me stessa.

Depressione: comprendere la verità del dolore ci aiuta ad ascoltarlo e a guarire

separazione-depressione-300x191

La depressione è probabilmente il disturbo più curato con psicofarmaci e medicine. Ha dei sintomi evidenti, ed è diventata appannaggio di molte figure mediche abilitate a prescrivere farmaci ma non sempre adeguatamente formate sugli aspetti psicologici e relazionali della sindrome depressiva.

Non è una lotta a favore o a sfavore dei farmaci: ci sono situazioni in cui una somministrazione allevia una fatica incommensurabile e rende persino possibile una terapia. Ma la cura alla depressione non può fermarsi alla prescrizione farmacologica: rimosso il farmaco, i problemi restano.

La psicoterapia, del resto, è faticosa, lunga, non sempre (e non solo in caso di depressione) si ha voglia di affrontarla.
Come incoraggiare chi non ha voglia?

Innanzitutto va detto che i farmaci danno l’illusione della guarigione. Vale per le sindromi, come per il dimagrimento, come per altre situazioni: la risoluzione definitiva passa attraverso un cambiamento interiore, personale, sudato e faticato. Senza quello è solo un prendersi in giro aspettando che prima o poi le cose tornino al punto di partenza.

Va poi aggiunto che separare il sintomo dalla relazione è impossibile:
il sintomo, se ascoltato, è una luce nll’oscurità, illumina il cammino verso la comprensione e la guarigione.
Per essere ascoltato, quindi, un sinomo ha bisogno di un Altro.

Un Altro che nella depressione scompare, insieme a tutto il resto, in una netta percezione di inutilità: si vede la vita scorrere lontano da noi, in una sensazione di non appartenenza, di anestesia, talvolta anche di dolore acuto.

La depressione è vuoto, solitudine, mal di vivere. Il lavoro di “accompagnamento” in questo percorso richide tanta forza, capacità di sostegno, pazienza, perseveranza incessante. Anche quando ogni mossa sempre inutile, è la presenza costante e contenitiva a fare la differenza.

Accompagnare qualcuno è aiutarlo a guarire.
La scelta del terapeuta è un fatto molto delicato, ma ci sono molti presupposti per scegliere nel modo migliore per noi.

Se vuoi leggere una storia che parla di questo, clicca qui.

Separazione coniugale e tic nervoso dei bambini

Tic-nervosi-bambino-300x199

In questo articolo tocchiamo due temi molto importanti, quello della separazione dei genitori e quello dell’insorgenza di possibili disagi (“sintomi”) nei bambini.

In un precedente articolo ho già affrontato il tema dei tic nervosi, raccontandovelo da varie sfaccettature. Oggi, a partire da una consulenza sullo stesso tema, vi parlo di come un sintomo possa avere le sue radici nella situazione familiare ed affettiva, spiegando così in modo molto evidente quale correlazione c’è tra la vita che viviamo, il nostro corpo, la nostra mente.

Partiamo da un’idea che sempre ribadisco con grande fermezza: ogni sintomo non è solo un disagio, ma una grande opportunità di ampliare la nostra consapevolezza e muoverci in modo da migliorare la nostra condizione.
Se questo è vero per tutti, ancora di più è importante pensarlo quando si tratta di affrontare una situazione che riguarda i nostri bambini.
Quindi, coraggio e niente paura.

Un altro tema di cui tratto spesso è che il sintomo è un messaggio. E’ il modo che il bambino ha di indicarci da dove cominciare per risolvere situazioni non proprio ottimali.

Ancora, il comportamento è collegato ai fatti della vita in una dinamica figura-sfondo. In questo caso, il disturbo che in questo bambino si manifesta come un tic nervoso fa da figura, da indicatore che ha sul suo sfondo la dinamica relazionale dei genitori (che come immaginiamo, anche nel più pacifico dei casi comporta sempre un certo grado di sofferenza per una famiglia, soprattutto in presenza di bambini).

La mia idea è spesso che i bambini vadano in qualche modo “lasciati fuori”, per non essere eccessivamente responsabilizzati.
Per spigarvi meglio, ciò che intendo è che in casi come questo è importante che la disponibilità a mettersi in gioco e a lavorare su determinate dinamiche sia dei genitori (inutile, se non dannosa, una “terapia” sul bambino), che in questo caso vanno sostenuti proprio nel loro ruolo genitoriale, perché a loro volta possano essere di sostegno ai loro figli.

Ricordate? La psicoterapia non è soltanto cura della patologia, ma soprattutto sostegno al cambiamento. Significa che interviene in tutit quei casi in cui è importante ritrovare il proprio ruolo e valorizzare le proprie risorse individuali, ma anche familiari, perché a beneficiarne possano essere proprio i più piccoli.

Se hai voglia di leggere una storia che parla di questo, clicca qui.