La paura dell’estraneo : cresce la consapevolezza di sé

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I neonati sorridono a tutti, non hanno difficoltà a lanciarsi tra le braccia di chi vuole giocare con loro, ma è solo dopo alcuni mesi che cominciano a rimanere perplessi davanti ai visi nuovi, talvolta con manifestazioni di pianto.

Il tempo necessario alla comparsa e alla scomparsa di questo comportamento è soggettivo, anche se ha un periodo di maggiore incidenza che coincide con lo sviluppo del senso di sé. Ogni bambino, infatti, quando comincia a capire cosa è familiare e cosa non lo è, comincia a fare le dovute differenze.

Si tratta dello sviluppo di quel senso di individuazione che parte da un indifferenziato “noi” (o per meglio dire “Io/Noi”) e si arricchisce via via del concetto “questo sono io e questo sei tu”.

A volte questo comportamento permane anche dopo il secondo anno di età: ciò può essere dovuto alle esperienze del bambino, alla sua abitudine alle persone estranee, o anche alla sicurezza che ha potuto costruire rispetto al suo rapporto con mamma e papà.

Man mano che il bambino sperimenta la propria autonomia fisica e di azione, comincia a percepire anche i propri limiti o le conseguenti frustrazioni. Il legame di attaccamento (Bowlby) segna lo sviluppo del bambino e ne determina le caratteristiche di personalità anche nella vita adulta.

Quando il bambino non riesce a stabilire quel senso di sicurezza che deriva dalla certezza che mamma e papà “ci sono” ogni volta che avrà bisogno di tornare a loro, possono verificarsi comportamenti del tipo:

  • insicurezza
  • scarsa autostima
  • difficoltà a stabilire rapporti con gli altri
  • comportamenti ostili e aggressivi

Fino ai 24 mesi è bene non preoccuparsi del rifiuto dell’estraneo, ma puntare sulla rassicurazione e sulla vicinanza fisica ed emotiva.

Leggi cosa ho scritto in questa storia.

Bambini agitati: liberare o tenere sotto controllo?

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L’agitazione o l’ansia dei bambini suscita nei genitori un sentimento speculare che li rende preoccupati. Se i bimbi sono in ansia, anche la famiglia è in ansia. Questo dovrebbe farci riflettere.

Forse potremmo pensare che la spensieratezza dell’infanzia non venga intaccata da preoccupazioni, ma non è così. Ci sono molte cose che possono spaventare i più piccoli (cose che non capiscono, cose che non conoscono) che, incapaci di elaborare le emozioni, le manifestano a livello motorio e comportamentale, in tutta la loro forza. A volte sono sensazioni senza nome, ma per i bambini sono molto reali e concrete.

Per i genitori ciò che si verifica è:

– la voglia di riportare tutto sotto controllo

– la voglia di capire “cosa c’è che non va in lui

Ci sono fattori legati al ciclo di vita, tappe importanti nella crescita (l’ingresso a scuola, un cambiamento nella vita familiare o scolastica, la nascita di un fratellino, e così via) che favoriscono l’insorgere di comportamenti ansiosi.

Da mamma, non mi sarà difficile raccontarvi di come l’agitazione trovi la sua quiete in un abbraccio materno.
E’ nel contenimento psico-fisico che ogni bambino trova la sua pace. Bambini agitati sono bambini che spesso hanno bisogno di quel contenimento che non hanno -ancora- trovato.

Una relazione che cura è anche una relazione che contiene.
Contenere è diverso da limitare, o riportare all’ordine. A volte contenere significa dare libertà di espressione, accogliere e comprendere.

Quando “manca il terreno sotto ai piedi“, sentimento comune agli stati di ansia e agitazione, quello che diventa necessario è proprio dare un grounding, un radicamento nel quale sentirsi al sicuro.

Due facce della stessa medaglia.

E’ importante capire che ogni disagio nei bambini ha un senso all’interno della loro rete di relazioni: è difficile così pensare che “sia solo un suo problema”, tirandosene fuori.

La timidezza, così come l’agitazione rappresentano un “tema” che la famiglia attraversa in un determinato momento, ed è proprio quello da cui partire attraverso un percorso di analisi e di ampliamento della consapevolezza.

Leggi in questo articolo la storia di una bimba e della sua famiglia.

 

 

Quando un bambino non mangia

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Il cibo non nutre mai solo il corpo, ma soprattutto l’anima.
Impariamo a mangiare in una relazione, che veicola gli aspetti emotivi del cibo ancor prima di quelli organici.

Quando un bambino non mangia, mangia solo alcune cose, o non mangia con piacere, c’è sempre un motivo.
Talvolta è un clima familiare poco sereno, a volte sta solo chiedendo di essere aiutato a stare meglio, altre volte è proprio necessario che noi genitori ci rimbocchiamo le maniche e affrontiamo un lavoro personale (nostro, non del bambino).

E poi ci sono casi in cui la storia di un bambino o di una famiglia ha un trascorso difficile, è il caso di alcune patologie che, se pur risolte, hanno lasciato il segno nei primi anni di crescita. E a questo punto anche mangiare diventa difficile.

Il lavoro di cura, in situazioni simili, si percorre su più fronti: pedagogico-nutrizionale, psicologico, relazionale.

Se vuoi saperne di più, leggi cosa ho scritto in questo articolo.

Il disagio come opportunità di cambiamento

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Quando i nostri bambini esprimono un disagio, noi ci preoccupiamo.
Pre-occuparsi è a mio parere una bellissima parola, e ogni genitore dovrebbe farlo seriamente.

Preoccuparsi non è infatti entrare in ansia, ma occuparsi dei nostri figli prima, e sempre.

Quando un bambino esprime un disagio, qualunque esso sia, il suo significato (il motivo, il perché) chiaramente non è disponibile alla sua comprensione: è un bambino, non ha gli strumenti per cogliere certi aspetti del suo comportamento.
Spetta allora ai grandi prendere in mano il “traduttore comportamentale”, quello che ci permette di leggere i significati che i bambini spontaneamente esprimono attraverso il corpo e le loro azioni, e trovare un rimedio per il benessere.

Ogni comportamento è “per raggiungere qualcuno”.
Se nostro figlio ci chiede aiuto con un capriccio, una protesta, un rifiuto, l’agitazione, e così via, piuttosto che spaventarci o non sapere che fare proviamo a vederla con altri occhi: c’è davanti a noi l’opportunità di cambiare, di volgere al meglio le cose, ed è proprio a noi che lo sta chiedendo, perché siamo i suoi genitori.

La psicoterapia non è soltanto cura della persona, ma sostegno al cambiamento.
Quando leggere i significati relazionali di un comportamento è difficile per noi che siamo troppo conivolti, non esitiamo a consultare un terapeuta che ci aiuti a guardare le cose da un’altra prospettiva. Non perché siamo “malati”, o “incapaci”, ma perché quattro occhi sono meglio di due. E anchei genitori, talvolta, hanno bisogno di essere sostenuti.

In questa storia, parlo di come l’ansia, la ribellione, i risvegli notturni, sono comportamenti del bambino che offrono un’opportunità di cambiamento per una famiglia che ha probabilmente affrontato momenti stressanti che hanno lasciato il segno.

Paura del buio (bambino di 8 anni e mezzo)

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La paura del buio è evolutiva, ovvero rappresenta una tappa della crescita.
Questa paura ancestrale risiede nel nostro patrimonio genetico e risale ai lontani tempi delle caverne, quando le notti erano buie e piene di pericoli, e saper mettersi al riparo rappresentava un modo di sopravvivere.

Nella crescita di ogni bambino questa paura si ripresenta come paura di ciò che è sconosciuto, e va quindi rispettata e non sottovalutata.

Come affrontarla?

Inutili le esortazioni ad “essere grande”, o “forte e coraggioso”.
Più indicato invece l’atteggiamento che riesce ad infondere fiducia e coraggio: per “spiccare il volo” è necessario partire da una buona “base di appoggio”!

Per saperne di più leggi cosa ho scritto.