Depressione: comprendere la verità del dolore ci aiuta ad ascoltarlo e a guarire

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La depressione è probabilmente il disturbo più curato con psicofarmaci e medicine. Ha dei sintomi evidenti, ed è diventata appannaggio di molte figure mediche abilitate a prescrivere farmaci ma non sempre adeguatamente formate sugli aspetti psicologici e relazionali della sindrome depressiva.

Non è una lotta a favore o a sfavore dei farmaci: ci sono situazioni in cui una somministrazione allevia una fatica incommensurabile e rende persino possibile una terapia. Ma la cura alla depressione non può fermarsi alla prescrizione farmacologica: rimosso il farmaco, i problemi restano.

La psicoterapia, del resto, è faticosa, lunga, non sempre (e non solo in caso di depressione) si ha voglia di affrontarla.
Come incoraggiare chi non ha voglia?

Innanzitutto va detto che i farmaci danno l’illusione della guarigione. Vale per le sindromi, come per il dimagrimento, come per altre situazioni: la risoluzione definitiva passa attraverso un cambiamento interiore, personale, sudato e faticato. Senza quello è solo un prendersi in giro aspettando che prima o poi le cose tornino al punto di partenza.

Va poi aggiunto che separare il sintomo dalla relazione è impossibile:
il sintomo, se ascoltato, è una luce nll’oscurità, illumina il cammino verso la comprensione e la guarigione.
Per essere ascoltato, quindi, un sinomo ha bisogno di un Altro.

Un Altro che nella depressione scompare, insieme a tutto il resto, in una netta percezione di inutilità: si vede la vita scorrere lontano da noi, in una sensazione di non appartenenza, di anestesia, talvolta anche di dolore acuto.

La depressione è vuoto, solitudine, mal di vivere. Il lavoro di “accompagnamento” in questo percorso richide tanta forza, capacità di sostegno, pazienza, perseveranza incessante. Anche quando ogni mossa sempre inutile, è la presenza costante e contenitiva a fare la differenza.

Accompagnare qualcuno è aiutarlo a guarire.
La scelta del terapeuta è un fatto molto delicato, ma ci sono molti presupposti per scegliere nel modo migliore per noi.

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Separazione coniugale e tic nervoso dei bambini

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In questo articolo tocchiamo due temi molto importanti, quello della separazione dei genitori e quello dell’insorgenza di possibili disagi (“sintomi”) nei bambini.

In un precedente articolo ho già affrontato il tema dei tic nervosi, raccontandovelo da varie sfaccettature. Oggi, a partire da una consulenza sullo stesso tema, vi parlo di come un sintomo possa avere le sue radici nella situazione familiare ed affettiva, spiegando così in modo molto evidente quale correlazione c’è tra la vita che viviamo, il nostro corpo, la nostra mente.

Partiamo da un’idea che sempre ribadisco con grande fermezza: ogni sintomo non è solo un disagio, ma una grande opportunità di ampliare la nostra consapevolezza e muoverci in modo da migliorare la nostra condizione.
Se questo è vero per tutti, ancora di più è importante pensarlo quando si tratta di affrontare una situazione che riguarda i nostri bambini.
Quindi, coraggio e niente paura.

Un altro tema di cui tratto spesso è che il sintomo è un messaggio. E’ il modo che il bambino ha di indicarci da dove cominciare per risolvere situazioni non proprio ottimali.

Ancora, il comportamento è collegato ai fatti della vita in una dinamica figura-sfondo. In questo caso, il disturbo che in questo bambino si manifesta come un tic nervoso fa da figura, da indicatore che ha sul suo sfondo la dinamica relazionale dei genitori (che come immaginiamo, anche nel più pacifico dei casi comporta sempre un certo grado di sofferenza per una famiglia, soprattutto in presenza di bambini).

La mia idea è spesso che i bambini vadano in qualche modo “lasciati fuori”, per non essere eccessivamente responsabilizzati.
Per spigarvi meglio, ciò che intendo è che in casi come questo è importante che la disponibilità a mettersi in gioco e a lavorare su determinate dinamiche sia dei genitori (inutile, se non dannosa, una “terapia” sul bambino), che in questo caso vanno sostenuti proprio nel loro ruolo genitoriale, perché a loro volta possano essere di sostegno ai loro figli.

Ricordate? La psicoterapia non è soltanto cura della patologia, ma soprattutto sostegno al cambiamento. Significa che interviene in tutit quei casi in cui è importante ritrovare il proprio ruolo e valorizzare le proprie risorse individuali, ma anche familiari, perché a beneficiarne possano essere proprio i più piccoli.

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Quando un bambino non mangia

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Il cibo non nutre mai solo il corpo, ma soprattutto l’anima.
Impariamo a mangiare in una relazione, che veicola gli aspetti emotivi del cibo ancor prima di quelli organici.

Quando un bambino non mangia, mangia solo alcune cose, o non mangia con piacere, c’è sempre un motivo.
Talvolta è un clima familiare poco sereno, a volte sta solo chiedendo di essere aiutato a stare meglio, altre volte è proprio necessario che noi genitori ci rimbocchiamo le maniche e affrontiamo un lavoro personale (nostro, non del bambino).

E poi ci sono casi in cui la storia di un bambino o di una famiglia ha un trascorso difficile, è il caso di alcune patologie che, se pur risolte, hanno lasciato il segno nei primi anni di crescita. E a questo punto anche mangiare diventa difficile.

Il lavoro di cura, in situazioni simili, si percorre su più fronti: pedagogico-nutrizionale, psicologico, relazionale.

Se vuoi saperne di più, leggi cosa ho scritto in questo articolo.